CHI E' SENZA PECCATO

di Giampiero Venturi

Conflitto tra placche può andare. Può andare altresì l'idea ormai consunta e sragionata che ad una prevaricazione storica d'origine consumistico-culturale corrisponda tutta una serie di sperequazioni evidenti. Ecco così, che ad un Occidente luminoso con retrogusto sporco, corrisponda un Terzomondo buio, scansato, schifato, stuprato nell'orgoglio e nei diritti profondi. Ci si cresce con certi riflussi e certe etichette e se ne dà scontata l'esistenza. Così, stringendo il cerchio, la mezzaluna d'Asia Minore diventa la sintesi ideale del Terzo Mondo sfruttato, derubato, sottopagato. La sintesi più densa di frustrazioni, di dolori, di profitti mal distribuiti e di altre cicatrici da distribuire a fiotti. Secondo logica terrena verrebbe comunque da guardarsi intorno e superare barriere ideologiche e pregiudizi, osservando lo scenario da dentro o al limite intorno. Medioriente significa molto, sicuro. Molto più che conflitto arabo-isreliano di cui incarna le contrapposizioni in chiave moderna dal '48 in poi; molto più che Croce contro Mezzaluna di cui condivide le contrapposizioni storiche millenarie riadattate poi per l'occasione; molto più anche di ricco contro povero di cui strumentalizzatori di professione hanno fatto sinfonia. Medioriente è microcosmo culturale, religioso, economico, ma soprattutto politico e sociale. La lettura in altre parole va intesa certamente in un'ottica planetaria, come si osservasse un angolo di una casa considerandone il contesto generale, ma non solo. L'angolo Asia Minore nell'appartamento Mondo non è solo vittima di una cattiva gestione globale di un mercato senza barriere protezionistiche e evidentemente gestito da ottiche capitalistiche multinazionali. Non è solo lo strascico di vessazioni secolari e il prolungamento naturale nonché prodotto di squilibri a monte. Troppo facile. Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Alludo al sistema Medioriente comprensivo delle sue tradizioni giuridiche, istituzionali, politiche, con tutte le conseguenze antropologiche e sociali che se ne possono intuire. Senza differenze ovviamente, cercando di assumere all'analisi ogni fattore in causa. Si capisce bene quanto suoni strano sentire parlare di giustizia laddove la tradizione politica, da Erode ai Waabiti ne ignora il significato. Non è dalla strada che da Teheran a Gerusalemme (quella che a detta di Khomeini, passava per Bagdad ai tempi della Guerra sullo Shatt el Arab) che troviamo le pietre miliari della democrazia. Tantomeno si ritrova l'icona fulgida del diritto umano sul Golan pre-occupazione, laddove tra un Assad e un altro c'è di mezzo un passaggio di consegne puro e semplice. Rivendicare diritti fa parte della natura dell'uomo, ma cercare di farli esercitare agli altri dovrebbe diventarne obiettivo. Se le istanze della Palestina appaiono sacrosante nel nome della libertà e dell'autodeterminazione, non si suona lo stesso spartito al Cairo, dove pur nella lista degli amici dell'Occidente, Mubarak sembra più un sovrano assoluto che non un presidente di rango occidentale (rango non moralità). Di occidentale ha il taglio dell'abito e le amicizie giuste più che altro, ma la tradizione della libertà e della coscienza democratica è altro. Ne danno prova le elezioni farsa con dati plebiscitari e tutta una serie di altri fattori macroscopici, evidenti a tutti e comuni ad altri maestri dell'oligarchia presenti nell'area. Non si citano esempi sulle monarchie sabbiose del Golfo per manifesta inferiorità di ogni possibile argomento adatto all'oppugnazione. L'Arabia Saudita trapezista del diritto internazionale, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti impauriti come il Bahrein, l'Oman, il Qatar, il sottile equilibrismo dello Yemen riunificato: tutto rientra nel discorso. La finta sovranità di Beirut e lo "io speriamo che me la cavo" di Amman continuano la lista. La fascia magrebina non sembra migliore. Gli arabi di Algeri sono pressati tra estremismo e regime semi-militare attento a non diventare da oppressore a vittima. Anche tralasciando Gheddafi e Sudan, il gioco viene facile. In altri termini, quali esempi di diritto reale e democrazia giungono dal vessato e sottostimato mondo arabo? Anche dando per buone le ragioni estremiste che dipingono Israele indegno a vivere e quindi arabizzando tutto il Medioriente ad eccezione dei persiani, cosa ne viene fuori? Quali paesi evidenziano una pur minima coscienza democratica, fosse solo legata ai concetti elementari di elezioni politiche regolari e di diritti umani? Non esiste in Medioriente, né allargandoci a tutta la Lega araba, un solo riferimento alla sovranità popolare, al rispetto del pluralismo, al diritto individuale e a quello politico. Non esiste nella pratica e nella tradizione. Non ne faccio un J'accuse anti-arabo. Non ne strumentalizzo il valore storico per trovarne uno politico. Prendo visione di un mondo che a fronte di rivendicazioni più o meno giuste dovrebbe adottare un linguaggio adeguato con opportune riflessioni sulla propria consistenza democratica. Uno spunto più che altro per riflettere sulle cause di una perdita di efficacia sul banco delle legittime rivendicazioni, a prescindere, lo ribadisco, dai valori incarnati. La sacralità delle richieste poste alla faccia della comunità internazionale non prende il giusto valore senza prima un processo di raschiatura di incongruenze e contraddizioni interne. Il monito è per tutti, opinionisti e strumentalizzatori compresi. Soprattutto questi ultimi. Finché il Medioriente e lo scontro arabo-israeliano sarà terreno di attrito per demagoghi, insipienti e palleggiatori di idee confuse, difficile sarà focalizzare bene i giusti equilibri ed essere onesti nelle valutazioni.