Le leggi razziali e la pagina locale del Corriere della Sera (1938)

Solo dopo che in Italia erano state gettate le basi per un antisemitismo di Stato, anche la pagina locale cominciò ad occuparsi del tema razziale. Il Corriere Milanese affrontò in particolare le problematiche relative agli ebrei, senza disquisizioni teoriche, ma attenendosi ai problemi pratici relativi alla convivenza del milanese con l'ebreo. Probabilmente perché la pagina locale era sorvegliata meglio dall'autorità federale, forse perché fatta da fascisti credenti, il Corriere Milanese diede vere prove di zelo. Interprete delle intenzioni e decisioni fasciste, fu oltranzista nel chiedere di respingere l'immigrazione ebraica a Milano.

Già nell'agosto 1938 il giornale sosteneva: "Il contributo della cosiddetta genialità israelitica nel campo degli affari non ha giovato né molto né poco a Milano, la quale, nei secoli, ha fatto prosperare i suoi traffici grazie ad una operosità tutta romana, italiana, cattolica. Questo spiega la necessità di respingere l'ondata degli israeliti affluiti qui negli ultimi 4 mesi, allontanati dagli Stati che non sapevano cosa farsene.[…] Il provvedimento che allontana i loro figli dalle scuole è un primo ammonimento; ma non mancheranno altri modi di far comprendere agli israeliti la necessità che essi portino la loro attività disgregatrice e negatrice in quei Paesi dove il popolo non sia, come nell'Italia fascista, una granitica compatta massa, una fiamma di passione, un solo spirito devoto alla Patria e al suo Capo" .

Il tono era ancora più duro in un articolo del giorno precedente: "Va detto subito che nulla giustifica un largo spirito di tolleranza nei riguardi degli ebrei accorsi fra di noi, e meno che mai la loro origine.[…] Le stesse ragioni che hanno resi non accetti ai popoli cui preme la sanità della razza valgono per noi. […] L'afflusso degli israeliti a Milano, città dalla vita intensa e fervida, che può sembrare una buona palestra per la speculazione, ma non lo è ( e basti a riprova di ciò, vedere i dati ufficiali dai quali risulta come la città di Sant'Ambrogio e di San Carlo sia sempre stata lontana da mescolanze di sangue) tanto più impressiona in quanto si compie con ritmo crescente"

La pagina locale aveva quindi un tono forte e deciso. Mentre nelle altre pagine del giornale di via Solferino, ancora ad agosto, si seguiva una linea moderata e si cercava di giustificare l'operato fascista, di provarne l'originalità, mirando a conquistare consensi interni quanto esteri, la pagina locale al contrario richiedeva provvedimenti atti a sanare l'increscioso stato di fatto che si era determinato e si stava determinando a causa degli ebrei stranieri presenti a Milano. Il quotidiano scriveva: "E' chiaro che se una remora non viene posta, il fenomeno finirà con l'assumere proporzioni nocive per l'integrità di Milano e della razza italiana. […] E c'è da dubitare che essi rappresenteranno sempre in Milano, se vi permarranno, l'elemento avulso dalla nostra mentalità, dal nostro spirito, dalla nostra fede, avulso e quindi avverso?"

Il Corriere Milanese non s'interessò di dotte disquisizioni; non cercò di dimostrare la negatività ebraica nei secoli; né tentò di provare l'originalità del razzismo italiano, quale difesa della razza. Ma, gli premeva dimostrare la negatività dell'influenza ebraica a Milano. Cominciarono allora le prime indagini del Corriere nelle varie professioni, istituzioni e attività per mostrare le reali cifre della presenza israelitica nella città di Sant'Ambrogio. Cominciamo dall'Università: "Limitando per l'esame alla Regia Università, troviamo che, alla fine dell'anno accademico, dopo il distacco dei laureati, restavano iscritti 105 studenti stranieri, dei quali oltre la metà, e precisamente 62, risultavano palesemente, dai documenti esibiti, di religione ebraica. E' da notare, tuttavia, che fino allo scorso anno non era richiesto alcun documento relativo alla confessione, né alla razza, e che molti dei 43 stranieri di incerta origine, a quanto i nomi stessi tradiscono, erano di famiglia giudaica. […] Gli stranieri che, richiamati dalla fama dei nostri studi, accorreranno alle aule milanesi, saranno sempre bene accolti; non v'è ragione, invece, di ospitare quelli che dal loro stesso Paese sono stati allontanati come elementi di disordine e di disgregazione, e comunque indesiderabili"

Le indagini milanesi continuavano. Al Politecnico su 100 studenti la metà era costituita da individui di razza non ariana. Così si commentava: I Paesi dove essi nacquero e vissero non li hanno voluti nelle loro scuole, per fondatissime ragioni; dovremmo essere noi ad accogliere la non desiderata invasione? Una rapida analisi delle professioni sanitarie aveva portato alla luce che su 150 medici, iscritti all'albo nella provincia di Milano, risultava un'alta percentuale ebraica. Si trattava di individui che avevano frequentato l'Università italiana, giovandosi anche delle facilitazioni che si offrivano agli stranieri e poi, invece di tornare ai paesi d'origine erano rimasti lì. Il Corriere si esprimeva così:" Esercitarono qui, mobilitando e galvanizzando tutte le loro innate qualità razziali per farsi una clientela. In barba, spesso ai laureati italiani meno di loro - diremo così - intraprendenti. […] C'è da chiedersi se proprio è così potente, fra noi, la solidarietà israelitica grazie a cui - nuovi dell'ambiente, ignari della lingua, inconsapevoli degli usi e sulle mentalità - essi riescono a superare ostacoli non trascurabili e a conseguire subito vantaggi economici notevolissimi" .

Si avvertiva in queste parole un certo rancore razziale; subito dopo si avanzava la richiesta di provvedimenti che mettessero un po' d'ordine nelle professioni sanitarie: Non è possibile, valendosi delle leggi che disciplinano le professioni sanitarie, respingere l'invasione soprattutto rivedendo permessi già accordati, ristudiando posizioni non sufficientemente esaminate, sistemando albi? La medicina italiana, ricca come nessun'altra di tradizioni altissime, viva di giovani energie che le promettono un avvenire degno del passato, può fare a meno, e anzi senz'altro farà a meno, dell'innesto nocivo . Nell'agosto del 1938, stava nascendo a Milano il primo centro genetico per la raccolta del materiale e lo studio della genetica umana. Il Corriere dava la notizia con vivo entusiasmo. Sostenendo l'importanza di questa disciplina, il giornale milanese esaltava la razza degli italiani: "Noi non siamo solo ciò che le condizioni ambientali favorevoli o sfavorevoli ci hanno plasmato, ma fino ad un certo punto portiamo in noi dalla nascita il nostro destino. Il popolo italiano può ben essere orgoglioso del suo sangue nobilissimo: dal suo seme sono nati gli uomini eccelsi che hanno portato dalla barbarie alla civiltà l'Occidente e hanno dato l'indirizzo della civiltà moderna. Il popolo italiano è l'erede diretto e depositario della preziosa eredità di sangue che da Roma gli discende, e fiero dei suoi avi, sa oggi più che mai che la sua missione di progresso e di equilibrio è lungi dall'esser compiuta. Sui colli fatali di Roma si è riacceso un faro direttivo, splende una nuova luce di civiltà che irraggia nel mondo" .

Dopodiché, il Corriere Milanese passava ad esaminare il campo commerciale, al fine di misurare l'entità ebraica. Si rilevava che molte aziende ebraiche milanesi si affrettavano a nascondere la loro essenza, trasformandosi in società anonime, visto che le cose volgevano al peggio per l'ebraismo italiano. Così si commentava: "Uomini di paglia, dietro i quali si nascondono gli stessi uomini di ieri, con lo stesso nome irrimediabilmente israelitico, servono a camuffare il piccolo trucco. Questo non è leale, in certi casi è addirittura disonesto. Ma il Regime fascista non ha mancato di far capire, per la voce altissima di Mussolini, che nella questione della razza tireremo diritto. E che si andrà fino in fondo" .

Il giornale continuava nel denunciare come gli ebrei esercitassero le attività commerciali, non escludendo alcun affare, costituendo nella "cattolica e romana" Milano un'infiltrazione per nulla desiderata . Alcuni giorni dopo, si passava a quantificare la presenza ebraica nell'Università, per quanto riguardava i professori. I toni del Corriere erano severi e decisi: "Non sarà mai abbastanza chiaramente ribadito che l'invadenza ebraica, nociva in ogni campo, ci offende in modo particolare nel campo spirituale. Le virtù caratteristiche della razza nostra poggiano soprattutto sugli alti valori dello spirito; con il loro ausilio Roma guadagnò gloria, grandezza e potenza; ad esse ancora s'appoggia l'Italia di Mussolini, che ha ridonato l'Impero alla Patria immortale.[…] Chi ripete spesso, nella convinzione d'affermare una verità che taglia la testa al toro, che gli israeliti in Italia sono così pochi da non rappresentare in alcun modo un pericolo, mediti su dati come questi. La Regia Università di Milano è guidata, in proporzione che, nel Senato, supera il cinquanta per cento, da docenti il cui nome lascia ben pochi dubbi sulla derivazione. Il nostro tesoro spirituale è tramandato ai giovani attraverso una voce che non è la nostra" .

A preoccupare era quindi l'influenza ebraica sui giovani italiani, a cui il regime, in un non lontano domani, avrebbe affidato incarichi nell'organizzazione e direzione dello stato. Gli ebrei costituivano insomma un pericolo per la ricca spiritualità italiana. Nelle parole del Corriere si poteva cogliere addirittura già un'implicita richiesta, fatta al governo di escludere i professori ebrei dalla università che anticipava i provvedimenti antiebraici che sarebbero stati adottati il 2 di settembre. Lungimirante appare l'ultima parte dell'articolo: Nessuno ignora che le precisazioni di questi giorni nei riguardi degli israeliti costituiscono non una campagna verbale, ma s'inseriscono nel quadro dell'azione che il Regime si è proposta per il bene supremo dello Stato: l'Italia di Mussolini tira diritto . Il 1° settembre, il consiglio dei Ministri adottò provvedimenti contro gli ebrei stranieri che risiedevano in Italia; provvedimenti atti ad escluderli, come si è già visto, dal suolo nazionale. Il Corriere Milanese trovava saggia questa azione governativa e riferiva che era stata plaudita dall'intera Milano.

Prendendo a riferimento il censimento del 1931, si notificava che erano circa cinquemila gli ebrei milanesi che avrebbero dovuto lasciare Milano, "giustamente eliminati dall'Italia fascista" . Si commentava: "Costoro che erano rimasti per lungo tempo qui, stranieri fra stranieri, non saranno rimpianti da nessuno.[…] Non c'è dubbio che una città come la nostra, ricca di energie scientifiche, squisitamente italiane, non solo può far a meno di un contributo straniero, ma anche e soprattutto troverà un elemento unitario, chiarificatore, stimolatore, di progresso, proprio dall'allontanamento di energie che non ci sono proprie e che non teniamo affatto ad accoppiare alle nostre" . Anche i provvedimenti contro gli ebrei nella scuola, furono accolti con profondo interesse. Soprattutto l'esclusione degli insegnanti trovava favorevole il Corriere. "Nocivo" era infatti l'orientamento, lontano dalla civiltà classica, verso cui gli studenti italiani erano indirizzati dai professori "giudei" .

Il giornale di via Solferino si era prefisso il compito di misurare il peso ebraico nei vari settori della vita lavorativa milanese. Dopo aver trattato le cifre riguardo agli ebrei nell'Università e nella professione medica, gli premeva il campo industriale. Il commento del Corriere era razzialmente prevenuto; all'ebreo difettavano le qualità dell'ottimo industriale. Si sosteneva: "Nel poderoso esercito dei 12.000 industriali della nostra provincia ¾ cioè nel cuore dell'industrialismo italiano ¾ gli ebrei non hanno mai pesato come hanno pesato in altri campi già presi in esame. […] Pochi tentarono la grande industria, che vuole qualità spirituali che sarebbe inutile cercare nella razza giudaica. Per fare l'industriale occorrono forza, coraggio, amore del lavoro e dei rischi che esso comporta; capacità morale e fisica di comandare a schiere di operai. […] Però, anche se Milano non è mai stata una roccaforte del giudaismo industriale, il problema razziale impone pure in questo campo, ora, un'accurata analisi che potrà rilevare qualcosa d'interessante se si passerà al vaglio la composizione di certi Consigli di amministrazione e quella di certe Società anonime di vecchie o recentissima nascita. Se l'aperta lotta economica e il leale immobilizzo di capitali che l'industria impone a chi vuol cimentarsi con essa non sono adatti alla psicologia e al temperamento ebraico ¾ che preferisce il traffico puro e semplice, ¾ tuttavia, lo si è già notato, qualche importante industria è sotto direzione giudaica. Il campo può essere non meno delicato di altri. Nelle industrie si lavora anche per la difesa della Nazione. Basta dire ciò per dire tutto" . In queste parole finali, si scorge la richiesta di provvedimenti governativi atti ad allontanare anche dal campo industriale la presenza ebraica.

Da giorni, il Corriere stava quindi compiendo un esame per determinare l'influenza ebraica nella vita milanese. Il 7 settembre si pubblicava un articolo in cui si rendeva noto che il 50% delle compagnie assicurative italiane avevano proprio sede a Milano. L'influenza ebraica nelle assicurazioni, secondo il Corriere, era elevata. Ecco ciò che il giornale sosteneva a proposito degli ebrei: "Controllano, dirigono, disciplinano, ad ogni modo, movimenti di miliardi, non già di milioni di lire e si tratta di gente che non appartiene alla nostra razza. L'economia italiana ha bisogno di emanciparsi, certo, da un tale pericoloso apporto" . Indagini si stavano compiendo anche nel mondo del commercio, per appurare l'invadenza ebraica nei vari settori. Risultava che a Milano la presenza israelitica fosse forte nel settore della ghisa, ferro e metalli. Anche il settore dell'oreficeria, dell'argenteria, e dei tappeti era in buona parte in mano di ebrei. Ulteriori indagini andavano ancora fatte .

Mentre, il Governo andava deliberando provvedimenti antiebraici, la pagina locale da un lato anticipava quelle misure con esplicita richiesta di provvedervi, dall'altro ad azione compiuta plaudiva energicamente. Così, dopo che il Consiglio dei Ministri aveva disposto la purificazione dei testi scolastici, cioè l'eliminazione dei libri di autore ebraico, il Corriere Milanese ne dava una convincente giustificazione, incentrando la discussione proprio sul tema spirituale: "La vita dello spirito non è circoscritta alle scuole; nel mondo delle lettere, per esempio, l'Internazionale giudaica ha diramazioni così estese e radici così profonde che, per quanto valida difesa le si opponga, non sempre tutte le porte sono sufficientemente sbarrate contro l'invasione morale. […] La letteratura israelitica è, per mille aspetti, assai più pericolosa dell'attività mercantile: essa mira, come è ovvio a piegare anime e cervello ad un modo di intendere e di conoscere assolutamente estraneo a quello che è tipico della nostra razza, lontano dalla sensibilità ariana e cattolica. I due aspetti di questa superfettazione letteraria riguardano il libro per il suo contenuto e per la sua presentazione, ossia riguardano l'autore e l'editore" . Sull'argomento si tornava qualche giorno dopo. Il Corriere insisteva che si trattava di una materia delicatissima, visto che gli scolari attraverso i libri non solo apprendevano le prime nozioni ma vi plasmavano gli stessi sentimenti, sentimenti che sarebbero rimasti intatti con il passar degli anni. Perciò si sosteneva: "Sul piano della politica razziale i libri non hanno minore importanza degli insegnanti. Orbene, sarà forse un motivo di stupore per taluni (per coloro, beninteso, che con l'aria più candida del mondo si chiedono se c'era proprio da preoccuparsi degli ebrei, se sono poi così invadenti come si dice, se tendono come si osserva, ad accaparrarsi i posti dirigenti) il sapere che nell'editoria scolastica, in quella delle scuole medie e superiori soprattutto, gli autori ebrei sono largamente rappresentati. Anzi, troppo rappresentati senz'altro. Anche in questo campo è fortemente alterata quella percentuale che essi costituiscono nel complesso della popolazione italiana. […] Ma è venuto il fermo in tempo. Editori e presidi e librai, e chiunque altro interessato, sono stati informati dall'alto che la distribuzione dei libri di testo deve essere bloccata fino a nuovo ordine. L'ordine, cioè un elenco ufficiale dei libri che dovranno sparire, non si farà attendere perché la materia non tarderà molto ad essere liquidata: in senso fascista, naturalmente, che vuol dire con ponderazione ma decisamente, con equa visione di tutti gli interessi, con preminenza, però, dell'interesse nazionale" .

La fiducia nel regime era altissima; la vita milanese sarebbe stata presto sgombra dalla deleteria influenza ebraica in ogni campo dell'attività umana. Difatti, le decisioni del Gran Consiglio per la difesa della razza furono ben accolte. Interessava soprattutto quanto era stato stabilito circa le "discriminazioni", e chi da queste avrebbe beneficiato a Milano. Gli ebrei italiani residenti a Milano erano 2495 (secondo i dati relativi al censimento del 1931). S'informava che nessuno di costoro rientrava nelle norme restrittive; in quanto appartenenti alle sette categorie contemplate nelle deliberazioni del Gran Consiglio, avrebbero beneficiato delle "discriminazioni"; però nessuna particolare benemerenza era titolo necessario per eludere i provvedimenti fascisti nel campo dell'insegnamento . Nella prima metà del mese di ottobre, venivano pubblicate le cifre definitive sull'invadenza ebraica nella vita italiana. La Lombardia risultava la seconda regione, subito dopo il Lazio, e Milano la seconda città, dopo Roma, dove l'infiltrazione ebraica aveva raggiunto proporzioni rilevanti.

Prestando fede ai dati del censimento, il settore commerciale era stato quello più preso di mira dagli ebrei, ma a Milano i commercianti avevano saputo difendersi da questo "assalto". Inoltre, l'autorità comunale insieme all'Unione commercianti avevano sempre posto un freno alla concessione di nuove licenze d'esercizio agli ebrei; cosicché il provvedimento del ministro Lantini che stabiliva il divieto di nuove concessioni di licenze per apertura di negozi, veniva soltanto a sanzionare un obiettivo che già da parecchio tempo si stava perseguendo a Milano. Infatti, negli uffici milanesi le domande relative al permesso di aprire nuovi negozi, giacevano sui tavoli senza che venisse data loro alcuna importanza; siccome a Milano già da tempo si stava cercando di limitare l'influenza ebraica nel commercio, si poteva quindi sostenere che in quella città l'attività ebraica nel settore degli esercizi pubblici fosse praticamente nulla .

Agli inizi di novembre, a pochi giorni dall'emanazione delle "leggi sulla difesa della razza", la pagina locale ospitava un discorso di Farinacci concernente gli ebrei e la Chiesa. Abbiamo già visto l'opposizione del Papa alla politica razzista del fascismo, per cui è facile intuire come il discorso di Farinacci all'istituto di cultura fascista, a Milano, fosse nient'altro che una difesa della via intrapresa dal fascismo. "Il discorso -scriveva il Corriere -è stato una precisa documentazione storica della posizione antagonista agli ebrei mantenuta con costanza rettilinea dal Cattolicesimo, che è quanto dire dalla civiltà cristiana e romana, dagli inizi fino ad oggi" . Farinacci ribadiva che l'antisemitismo fascista non era "una improvvisazione dell'ultima ora o un'idea presa a prestito" ; per provare questo richiamava ancora in causa lo scritto del duce del 4 giugno 1919 (scritto che era stato propagandato dalla stampa per tutta l'estate del 1938). In quello scritto, Mussolini aveva affermato che la finanza mondiale era in mano ebraica, che il bolscevismo si identificava con l'ebraismo. Farinacci illuminava poi sulla convinzione degli ebrei di considerarsi una razza a parte, una razza distinta da quella italiana. Ma, il punto più interessante era proprio quello dell'atteggiamento tenuto per secoli dalla Chiesa nei confronti degli ebrei. Il Corriere scriveva: "La serrata documentazione dell'oratore ci ha portato dal concetto dei primi Padri della Chiesa che vollero che gli ebrei vivessero in uno stato di soggezione a Tertulliano che afferma l'origine delle persecuzioni anticristiane nelle sinagoghe. […] L'on. Farinacci cita i canoni apostolici, indi i concili, per riassumere i provvedimenti del Codice di Giustiniano che sanzionò il divieto di matrimonio tra ebrei e cristiani. Si giunge così alla bolla pontificia del luglio 1555 destinata ad esercitare influenza decisiva sulla condizione degli ebrei in ogni parte del mondo, con la quale si prescriveva agli ebrei di Roma e delle altre città dello Stato Pontificio, di abitare in strade separate dai quartieri cristiani, creando il ghetto e vietando agli ebrei di acquistare la proprietà delle case. Si ribadiva l'obbligo del segno esteriore nell'abito, il divieto di avere domestici cristiani di trattenersi a tavola a giocare coi cristiani, di curare i cristiani, di farsi chiamare "signore". La rivoluzione francese proclamando l'eguaglianza di tutti gli uomini emancipò gli ebrei, ma non risulta che la Chiesa cattolica correggesse la dottrina dei Papi, anzi confermò i suoi provvedimenti e i suoi principi antigiudaici. E nella Chiesa si distinsero per zelo i padri gesuiti" .

Farinacci citava finanche l'attività di studi sul razzismo condotta dall'Università Cattolica di Milano. Dopo questa rassegna degli orientamenti seguiti dalla Chiesa verso gli ebrei, l'oratore mostrava stupore per l'atteggiamento tenuto dal Papa nei confronti dell'antisemitismo italiano. Il Corriere riportava le parole di Farinacci:" Noi non possiamo nel giro di poche settimane - ha concluso - rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni. Ma supereremo questa nostra tragedia, coscienti della nostra missione politica . Approvate le "leggi" sulla razza, si trattava di vedere gli effetti locali delle disposizioni. In particolare, erano gli articoli 10 e 11 che attiravano l'attenzione del Corriere Milanese. L'articolo 10, come è già stato detto, limitava la proprietà edilizia e fondiaria; l'articolo 11 vietava a coloro che erano di razza ebraica di avere alle proprie dipendenze domestici italiani di razza italiana. Per quanto concerne l'articolo 10, il Corriere denunciava che il 90% degli ebrei che risiedevano a Milano dovevano per forza di cose ridurre la loro proprietà; infatti gli israeliti possedevano in città molti immobili, nonché ville nella provincia. Gli ebrei milanesi non possedevano invece proprietà agricole. Infatti il loro temperamento era molto più propenso alle "imprese speculative" . In merito all'articolo 11, il divieto di avere alle proprie dipendenze personale ariano colpiva la totalità degli ebrei residenti a Milano, in quanto si trattava di famiglie quasi tutte benestanti.

Il Corriere avvertiva che nessun ebreo a Milano svolgeva la professione di domestico, neppure i più poveri, i quali preferivano comunque darsi a mestieri come il "rivendugliolo", mestiere "che ha comunque un substrato di speculazione" . Ai primi di dicembre, scadeva il temine per le famiglie ebraiche di licenziare gli ariani al loro servizio. Naturalmente, il personale licenziato si mostrava preoccupato. Il Corriere assicurava che i domestici disoccupati avrebbero immediatamente trovato lavoro; infatti, un personale con esperienza lavorativa di tanti anni era molto ricercato e poi, erano state date categoriche disposizioni alle agenzie di collocamento, in modo da dare la precedenza al personale licenziato. Le famiglie israelitiche erano invece molto impegnate nella ricerca di domestici stranieri, magari svizzeri, francesi; tuttavia, personale del genere non ce ne era in Italia, né sarebbe stato permesso loro di venirvi . Il 1° dicembre, il Corriere tornava ancora sull'argomento per rassicurare quanti temevano di rimanere disoccupati. A Roma, si asseriva, la domanda di personale non era mai stata superiore all'offerta; tuttavia, la Federazione dei Fasci femminili dell'Urbe aveva predisposto l'assistenza alle domestiche che tardassero a trovare un impiego.

Si denunciava poi la scaltrezza ebraica nel trarre profitto da ogni situazione. Infatti, non appena era stata resa nota la deliberazione del Consiglio dei ministri, nel ghetto romano erano nate agenzie clandestine, che si occupavano del collocamento del personale licenziato presso famiglie ariane; questo servizio costava alle famiglie ariane un "premio" . Comunque, si notificava che questa attività clandestina era stata stroncata . Gli ebrei, da parte loro erano riluttanti ad abbandonare i loro domestici; il Corriere informava che numerose domande per eludere l'obbligo di licenziare il proprio personale domestico e, che recavano le più disparate giustificazioni erano state inoltrate alle prefetture. La questura, dietro ordine della prefettura, avrebbe accertato se quanto si sostenesse nelle domande inoltrate corrispondesse a verità : "Non sono quindi tollerati trucchi, né malati immaginari, e saranno sventati senz'altro i tentativi di eludere le disposizioni di legge, tentativi che sono numerosi e di vario genere . Gli imbrogli di "marca giudaica" non sarebbero stati perciò tollerati in maniera più assoluta dall'autorità".

L'anno 1938 si chiudeva al Corriere della Sera con le più fosche prospettive per gli ebrei italiani. Chi capì che ormai c'era ben poco di positivo d'aspettarsi dal regime, cominciò ad apprestarsi a lasciare l'Italia; altri meno lungimiranti si crogiolarono sui sedici anni di politica fascista per nulla contraria agli ebrei e, videro nelle "discriminazioni " contemplate nelle "leggi sulla difesa della razza", un marchingegno di Mussolini per evitare il peggio ai fedeli ebrei italiani. Molti considerarono quindi la politica razzista come un mero passo di politica estera, lontano dal vero sentire del duce d'Italia.
(tratto dalla tesi di laurea "La campagna razziale al Corriere della Sera, 1937-1938)