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Kurdi, un'identità negata

Poco più di una settimana di navigazione in condizioni igieniche precarie, con poco cibo a bordo ed acqua scarsa, con scafisti sempre più spregiudicati ed incuranti della sorte dei clandestini.

E' l'ennesimo viaggio della speranza costato poco più di tremila dollari ad una quarantina di profughi Kurdi accolti prima a Bari Palese ed ora ospitati al centro Ararat di Roma, nell'ex mattatoio del Testaccio.

Non è l'America, tanto per parafrasare Amelio. Qui, a Roma, continua infatti la precarietà della loro esistenza. Il centro autogestito ospitava, primo del nuovo esodo, una ottantina di Kurdi ma i posti per dormire erano poco più della metà.

Una vera e propria emergenza sanitaria. Senza aggiungere i problemi che potrebbero derivare dalla legge italiana sull'immigrazione e dal fatto che, lo scorso 3 maggio, l'Unione Europea ha incluso il nome del Pkk (il Partito dei lavoratori kurdi) nella sua lista delle organizzazioni terroristiche.

E intanto, non è semplice vedersi riconosciuto il diritto d'asilo, una situazione giuridica che equipara il rifugiato al cittadino italiano nei suoi diritti fondamentali, e che riconosce al profugo un assegno per sopperire alle prime necessità.

I Kurdi "italiani" provengono in maggioranza dalla Turchia, che è anche lo Stato che ne ospita di più (se ne stimano 12.857.000 su una popolazione turca di 55.900.000 ). Sono originari del Kurdistan che non è uno Stato, ma un territorio di frontiera, geograficamente continuo, diviso tra Irak, Iran, Siria e Turchia.

Mentre fino alla Grande guerra ma anche alla II Guerra Mondiale, numerose città kurde si potevano considerare dal punto di vista storico, etnico e linguistico come regioni kurde, ora, in seguito alla persianizzazione, turchizzazione e arabizzazione da esse subite, hanno perso tali caratteristiche.

Il kurdo appartiene al gruppo nord-occidentale delle lingue iraniche, che formano un ceppo della famiglia indo-europea delle lingue e comprende molti dialetti e i principali sono il kurmangi e il sorani. I Kurdi della Turchia e della Siria utilizzano l'alfabeto latino, quelli dell'ex-Urss il cirillico, mentre i kurdi iracheni e iraniani l'alfabeto arabo.

In Turchia e in Siria è severamente vietato scrivere in lingua kurda, non ci sono scuole che la insegnano, tuttavia alcune stazioni radio-televisive riescono a trasmettere in kurdo. I governi hanno sempre cercato di impedire la diffusione del loro idioma, allo scopo di accelerare il processo di integrazione.

Solo in Iraq, in seguito alla nascita del Parlamento e del Governo federale del Kurdistan nel giugno 1992, la lingua kurda è riconosciuta come lingua ufficiale sia nella scuola che negli uffici pubblici. E in Armenia ci sono scuole elementari kurde. La religione della maggioranza è l'Islam. Una minoranza è Sannita e Sciita. Ma tra di loro ci sono anche molte comunità cristiane, ebraiche e numerose confraternite e sette autoctone.

Per quanto riguarda la popolazione, costituiscono oggi, il quarto gruppo etnico nel Medio Oriente, dopo gli arabi, i persiani e i turchi. Le loro maggiori concentrazioni sono in Turchia, dove si trova circa la metà della popolazione, in Iran (25%) e in Iraq (16%). Minoranze kurde vivono in Siria (5%), nell'ex-Urss (1,5%) e in Libano.

E' il loro diritto ad essere minoranza che viene ogni giorno calpestato. Fuggono dalla persecuzione politica e dalla pratica disumana della tortura che la Turchia (il Paese che ne ospita di più) si era impegnata ad eliminare, anche in vista del suo prossimo ingresso nell'Unione europea. Ma non è così. Ci sono i racconti strazianti dei profughi, tutto è documentato nel rapporto annuale di Amnesty International sulla Turchia, presentato lo scorso 26 giugno, in occasione della giornata internazionale contro la tortura.

Vengono in Italia per cercare un asilo politico. Lo fece per primo, senza alcun successo, il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, nel 1998. Da quel giorno molte cose sono cambiate: intanto il Partito del lavoratori kurdi non esiste più, è stato sciolto lo scorso 10 aprile ed al suo posto è nato il KADEK (il Congresso per la libertà e la democrazia del Kurdistan) che si propone di organizzare il suo lavoro, adoperando esclusivamente mezzi pacifici e democratici.

Il popolo kurdo ha rinunciato alla richiesta di avere un proprio Stato, chiede semplicemente di poter esprimere la propria identità e di poter un giorno rivedere la propria terra. Si legge nei loro occhi di esuli la volontà di ritornare in Kurdistan, il cui significato letterale è Paese dei Kurdi, quella vasta area montagnosa di circa 500 mila Kmq che si estende tra il Mar Nero, le steppe della Mesopotamia, l'Anti-Tauro e l'Altopiano iraniano.

Angela Francesca D'Atri