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INTIFADA DI AL AQSA, sono passati
tre anni da quando, il 28 settembre 2000, la visita provocatoria condotta
da Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee (il Monte del Tempio degli
ebrei) con l'intenzione politica di coprire i nuovi insediamenti di coloni
in terra palestinese, scatenava la seconda Intifada e la repressione israeliana,
con un progressivo rafforzamento dell'occupazione e un bilancio di centinaia
vittime. Dopo la vittoria di Sharon alle elezioni del 6 febbraio scorso
per il posto di primo ministro - nonostante le sue accertate responsabilità
in molteplici eccidi di palestinesi, fra cui il massacro di Sabra e Chatila
del 1982 - la situazione appare ormai senza via d'uscita. Tutto il Medioriente
sembra avvilupparsi in una logica di guerra, determinata dall'intransigenza
di Tel Aviv, dal suo rifiuto di restituire la terra ai palestinesi e dalla
disperata risposta di questi ultimi, che moltiplicano gli attacchi terroristici
e suicidi nello stato ebraico. Eppure, nel gennaio scorso, le delegazioni
palestinese e israeliana, riunite a Taba per un ultimo disperato tentativo
negoziale, si sono trovate ad un passo dall'accordo di pace.
"Lo stato di Israele esprime solennemente la propria tristezza per
la tragedia dei rifugiati palestinesi, per le loro sofferenze e le perdite
subite e sarà un partner attivo per chiudere questo terribile capitolo
aperto 53 anni fa". Incredulo, un leader palestinese prosegue la lettura
del documento che è appena stato consegnato alla sua delegazione dai rappresentanti
israeliani. La scena si è svolta a Taba, una stazione baleare sul golfo
di Aqaba, all'inizio del 2001. In questa enclave di un chilometro quadrato
restituita da Israele all'Egitto nel 1998, alla fine di un lungo contenzioso,
sono rinchiusi dal 21 gennaio rappresentanti israeliani e palestinesi
per tentare di "salvare la pace"."Malgrado l'accettazione della risoluzione
181 dell'Assemblea generale delle Nazioni unite del novembre 1947 [che
raccomanda la spartizione della Palestina in due stati, uno ebreo e l'altro
arabo], il nascente stato di Israele è stato coinvolto nella guerra e
nello spargimento di sangue del 1948-1949, che ha fatto vittime e provocato
sofferenze da entrambe le parti,con il conseguentetrasferimento e l'espropriazione
della popolazione civile palestinese divenuta così rifugiata"."Una giusta
soluzione del problema dei rifugiati palestinesi, in accordo con la risoluzione
242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, deve condurre all'applicazione
della risoluzione 194 del'Assemblea generale delle Nazioni unite"
Il dirigente palestinese in questione si ricorda della propria reazione
quando ha finito di prendere conoscenza di questo testo. "Sono diviso
tra due sentimenti: la gioia per questo passo avanti significativo nei
negoziati e la tristezza perché sono convinto che sia ormai troppo tardi".
Per la prima volta, in effetti, Israele riconosce di essere in parte responsabile
del dramma dei rifugiati palestinesi, accetta di contribuire direttamente
alla soluzione del problema e afferma che questa deve portare all'applicazione
della risoluzione 194 dell'Assemblea generale delle Nazioni unite, riconfermata
tutti gli anni dal dicembre 1948 e che in particolare stipula che "è il
caso di permettere ai rifugiati che lo desiderino di rientrare nelle loro
case il più presto possibile e di vivere in pace con i vicini". Tuttavia,
tutti i partecipanti di Taba sanno che nulla può ormai evitare a Ehud
Barak la disfatta alle elezioni del successivo 6 febbraio: nei sondaggi
è molto distanziato da Ariel Sharon, con un handicap di più del 20%. In
effetti, qualche giorno dopo, il responsabile dei massacri di Sabra e
Chatila, il falco impenitente, diventerà primo ministro.
Sette mesi dopo, il fossato tra i due popoli non sembra essere stato mai
così profondo e la pace mai così lontana. La repressione contro i palestinesi
ha toccato picchi mai visti. Ogni giorno ci sono morti e invalidi, case
distrutte e campi devastati. Le incursioni israeliane nei territori hanno
ancora ridotto la sostanza dell'autonomia. Il blocco di città e villaggi,
meno spettacolare dei bombardamenti degli aerei F 16, affama una popolazione
costretta alla miseria, che soffoca in enclave disperse, isolate, tagliate
fuori le une dalle altre.I maltrattamenti, la tortura - anche sui bambini
- gli assassinii di dirigenti, le umiliazioni ai check point illustrano
il martirio di tutta una popolazione che resiste contro l'occupante, abbandonata
dalla comunità internazionale. In queste condizioni, possiamo quasi stupirci
che la percentuale di appoggio a Hamas e alle altre forze islamiste in
un anno non sia passata che dal 15 al 25% della popolazione.Nell'altro
campo, la paura ha preso il sopravvento, alimentata dagli attentati suicidi.
Chiunque scenda per strada, teme per sé e per i propri figli. Insensibili
alle sofferenze altrui, gli israeliani si sentono una volta di più minacciati,
malgrado la loro immensa superiorità militare. Come si è arrivati a questo
punto, mentre all'inizio del 2001, a Taba, un accordo era stato sfiorato?Torniamo
indietro. Per la schiacciante maggioranza degli israeliani, rigettando
la "generosa offerta" avanzata al vertice di Camp David nel luglio 2000,
Yasser Arafat avrebbe, secondo un'affermazione di Ehud Barak, "gettato
la maschera" ; appoggiandolo, i palestinesi avrebbero confermato il loro
segreto disegno di distruggere Israele.
"Una generosa offerta"? Da quale punto di vista? Certamente non quello
del diritto internazionale, che impone a Israele di ritirarsi da tutti
i territori occupati nel 1967 e di smantellare tutte le colonie, comprese
quelle di Gerusalemme est. L'espressione stessa la dice lunga: è quella
di un vincitore, che il vinto deve ratificare umilmente.Esprime la visione
di una pace imposta dal più forte al più debole.Per diversi mesi, con
sparate a raffica sui media si è occultata questa realtà, accollando ai
palestinesi la responsabilità del fiasco del vertice.Un anno dopo, conosciamo
i particolari dell'incontro di Camp David che rivelano il carattere iniquo
delle offerte israeliane."Prendere o lasciare" Lo stato palestinese concesso
allora da Ehud Barak non avrebbe disposto che di una sovranità limitata.
La vita dei palestinesi avrebbe continuato ad essere subordinata all'occupante.
Il 9,5% della superficie della Cisgiordania doveva venire annesso e circa
il 10%, lungo il Giordano, affittato a "lungo termine" a Israele. La Cisgiordania
sarebbe rimasta praticamente tagliata in tre da due grandi blocchi di
colonie, un lungo corridoio avrebbe addirittura permesso un accesso diretto
di Israele a Kiryat Arba e al cuore di Hebron (si veda la mappa nella
pagina a fianco). Israele avrebbe conservato il controllo delle frontiere
esterne dello stato palestinese. Non era stata prevista nessuna soluzione
per i rifugiati. Su Gerusalemme, invece, Ehud Barak aveva reso più elastico
un dogma inamovibile: per la prima volta aveva delineato la partizione
di "Gerusalemme unificata", decretata nel 1967 "capitale eterna" di Israele.
La città poteva diventare la capitale dei due stati, anche se restava
ancora da determinare cosa apparteneva a chi.Ma il dialogo non è stato
avviato a Camp David. Il primo ministro rifiutò di incontrare Arafat in
tête-à-tête, mentre il leader palestinese diffidava del proprio interlocutore.
Barak, eletto nel maggio 1999, non aveva difatti sotterrato per un anno
il fascicolo palestinese per negoziare, invano, con Damasco? Non aveva
aggiornato sine die il terzo ridispiegamento delle truppe in Cisgiordania
che aveva lui stesso negoziato? Non aveva rifiutato di trasferire ai palestinesi
vari villaggi attorno a Gerusalemme (Abu Dis, El Eyzaria, Sawahra e Anata),
trasferimento tuttavia approvato dal suo governo e dal parlamento?Più
in generale, la filosofia delle proposte israeliane a Camp David rifletteva
una certa idea della pace e degli accordi di Oslo. Israele, sia il governo
che l'opinione pubblica, trovava normale che il diritto dei palestinesi
(alla dignità, alla libertà, alla sicurezza, all'indipendenza ecc.) venisse
subordinato al diritto degli israeliani. Non lo si sottolineerà mai abbastanza:
gli accordi di Oslo non erano un contratto di matrimonio tra due sposi
con eguali diritti e doveri, ma un compromesso tra un occupante e un occupato.
E l'occupante ha voluto imporre, ad ogni tappa e con l'appoggio degli
Stati uniti, il suo solo punto di vista. Benché una decina di accordi
siano stati firmati tra il settembre 1993 e il 2000, solo una piccola
percentuale degli obblighi inscritti nei testi verrà applicata e sovente
con ritardo. "Nessuna data è sacra", aveva proclamato Itzhak Rabin. I
ritardi e i rinvii accumulati lacereranno la pazienza dei palestinesi...Malgrado
tutto, e a dispetto di tutto, la popolazione palestinese ha continuato,
per parecchi anni, a credere che l'indipendenza e la libertà risplendessero
alla fine del cammino. L'influenza delle organizzazioni radicali e islamiste
rimaneva limitata. Ma, trascorso un anno dalla scadenza del termine previsto
per l'autonomia, le proposte israeliane a Camp David provano che Israele
non ha abbandonato l'idea di un controllo dei palestinesi. Tanto più che,
sul terreno, la colonizzazione avanza inesorabilmente...Senza dubbio,
Barak sarà sorpreso dal rifiuto di Arafat a Camp David.Ricalcando le proprie
proposte su ciò che sembrava accettabile dalla classe politica israeliana,
nel disprezzo del diritto internazionale, pensava che i palestinesi si
sarebbero piegati. È pur vero che, dal 1993, l'Autorità palestinese era
passata di concessione in concessione.Ma, questa volta, si trattava dello
status definitivo. Arafat aveva avvertito: mentre passi indietro sugli
accordi transitori erano possibili, la "soluzione definitiva" doveva rispecchiare
la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza, che chiedeva la fine dell'occupazione
della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e di Gaza . Ma, resi sordi
da un sentimento di superiorità rispetto ai "colonizzati", i leader israeliani
non ascoltavano...Il rifiuto di Arafat di cedere a Camp David sui pricipi
ha trovato un appoggio totale nell'opinione pubblica palestinese, che
prendeva sul serio la parola d'ordine "la pace in cambio dei territori".
di ALAIN GRESH (Traduzione di A. M. M.)
da Le monde diplomatique
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